I nostri libri e altro

 

Nostri Scritti : stralci-  OLFATTI E ... MISFATTI!

Vi proponiamo le immagini di copertina dei nostri ultimi libri. Volete leggerli? Basta farne richiesta tramite e-mail e saremo lieti di metterveli a disposizione.                                             Proponiamo di seguito alcuni stralci degli stessi. 

I titoli:

- Centodieci  e lode! - Un romanzo a colori (anno 2011)

- Punti d'Olfatto - Una minitrilogia (anno 2008)

- Un anno d'amore - Un minilibro contenente l'autobiografia di Rocky

- Vita in famiglia - Un minilibro contenente, fra l'altro, i versi di Heidi

- Dog House, ovvero la favola della vita -Testo completo della nostra commedia musicale.

Copertina di PUNTI D'OLFATTO, una minitrilogia di SENEX ROCKY@HEIDI.(250 pagg. tutte a colori)
retrocopertina di PUNTI D'OLFATTO (foto di Rocky e Heidi).
Copertina e ultima di copertina del nostro romanzo a colori "Centodieci e Lode!" /302 pagg, tutte a colori)
Copertina di "Un anno d'amore"
Copertina di "Vita in famiglia"
Copertina di "Dog House"

Pubblichiamo un racconto tratto da "Punti d'Olfatto". Anche ascoltabile nella sezione "Audiolibri"-

LUME AD ACETILENE (racconto in parte autobiografico)

Pagina di Senex

Piccini, vi racconterò una storia, un po’ favola e un po’ no. Il titolo “Lume ad acetilene” suona strano, ma presto capirete.Dovete sapere che l’acetilene è un gas che si sprigiona mettendo a contatto un elemento solido, il “carburo”, con dell’acqua. Avvicinando la fiamma di uno zolfanello, questo gas brucia, crea luce e predisponendo gli elementi in un apposito contenitore, si ottiene una lampada portatile. Essa veniva utilizzata, nella prima metà del secolo scorso, dai minatori per illuminare il tragitto casa-lavoro e ritorno. Ma era in uso anche nelle buie cave delle miniere oltre che nelle case quando, in epoca di guerra, s’interrompeva frequentemente l’erogazione dell’energia elettrica. Questa lampada si può trovare ancora oggi abbandonata in vecchie soffitte, e anche in alcuni musei che raccolgono reperti della nostra storia. Ora che ricordo, una l’abbiamo anche noi e ve la mostrerò presto: è conservata nella casa di campagna!

 Lume ad acetilene

 C’era una volta, tanto tempo fa, in un paesino sperduto fra valli e colline una famigliola composta da papà, mamma e quattro figli: tre femminucce e un maschietto. All’epoca, era normale trovare famiglie anche molto più numerose. Era in corso nella nazione, un lungo e triste periodo di guerre e vigeva una politica di ripopolamento. Fate conto, il contrario della Cina d’oggi. In comune, quel paesino e la Cina, avevano solo la miseria. Non c’erano le scarpe per tutti, men che meno i cappotti. Vi eviterò il più possibile i soliti discorsi che fanno abitualmente i vecchi, che parlano sempre dei “loro tempi tristi ”. Annoierebbero anche me. In ogni modo, per capirci, immaginatevi l’ambiente magistralmente ricreato da Olmi nel suo stupendo “Albero”. Gli zoccoli, anche in questo paesino venivano fatti a mano, con i tronchi degli alberi. Cambia solo la regione; questo non era nella bergamasca ma lontano, lontano…

La casa in cui la famiglia viveva, era isolata dal paese e negli inverni rigidi la neve cadeva così abbondante da non permettere ai bambini di uscire, neppure per andare a scuola. Solo il papà si alzava all’alba per raggiungere a piedi il posto di lavoro che distava diversi chilometri, aiutandosi lungo l’impervio tragitto, con una pala per farsi un varco nella neve e servendosi di un lume ad acetilene per illuminare il cammino.

Proprio quell’anno, l’inverno sembrò anticipare il suo arrivo. Si era solo a metà ottobre, la vendemmia era appena finita, quando imperversò una gran bufera di neve che rimase nella memoria di molti. I bambini tappati in casa, trascorrevano ore, naso schiacciato sul vetro freddo che i loro respiri appannavano, ad ammirare incantati la discesa delle larghe falde. Quel giorno, con grande stupore, videro avvicinarsi alla casa due piccoli esseri che, sull’istante, non riuscirono a individuare. Sfido, erano completamente imbiancati dalla neve e stremati dal gelo. Camminando a stento, raggiunsero la finestra, al cui vetro stavano appiccicati i bimbi, che allora li identificarono: erano due quattrozampe simili a voi, uno color nocciola e proprio della taglia di Rocky e l’altro bianco e nocciola, un poco più grande di te, Heidi. Naturalmente non così bei pasciuti; ho già ricordato che erano altri tempi e potersi sfamare era considerato un lusso: questi due piccoli, chissà quanta strada avevano percorso e come dovevano essere affamati! Si fermarono a guardare tutti quei nasi schiacciati sul vetro, con occhi imploranti.  I bambini giudicarono la cosa, una questione di vita o di morte, ma che fare? Chi si sarebbe assunta la responsabilità di far entrare questi poveri derelitti dentro casa? Già, perché, non ve l’ho detto prima, ma la mamma era andata in paese a far cuocere il pane raccomandando loro di tenere ben chiusa la porta d’ingresso durante tutta la sua assenza.

La figlia maggiore che aveva già nove anni, prese la decisione di accoglierli, in totale accordo con i fratelli. Non appena ebbe aperto, i due poverini entrarono timidamente. Nessuno dei bambini parlava, erano concentrati a guardare lo stato pietoso in cui si trovavano i profughi, col gelo che copriva loro persino le orecchie. Il tepore della casa, che aveva un caminetto acceso, ma con tizzoni che andavano spegnendo, incominciò subito a far sciogliere il ghiaccio dai loro corpi semi-assiderati. I bimbi li portarono fino al bordo del camino, dove essi si sdraiarono, senza forze. Il maschietto, che amava più di tutti i quattrozampe, si preoccupò di dire: “Bisogna farli mangiare!”. Già, perché una volta rinvenuti dalla stanchezza, avrebbero avuto bisogno di cibo. Che cosa dare loro? In casa non c’era proprio nulla, loro stessi cominciavano ad avere appetito e aspettavano il ritorno della mamma che avrebbe portato pane fresco per tutti e, come sempre, cucinato anche un bel piatto di patate o fagioli. Il pensiero di non sapere come alimentarli, fece cadere i quattro fratelli nell’angoscia. Le razioni erano già normalmente misurate per la famiglia e sapevano che la mamma spesso si privava della sua parte per nutrire meglio i suoi bambini. L’idea che parve geniale per risolvere almeno   momentaneamente il problema, venne alla più piccola, che aveva allora quattro anni e mezzo ma che già stupiva per la sua grande intelligenza. Disse: ”Fratellini, io questa sera non mi sento proprio appetito”. Gli altri la guardarono, con stupore, ma quando la videro sorridere maliziosamente, captarono al volo il suo pensiero. “Neppure io”, disse la secondogenita, la più robusta ma anche la più generosa. La primogenita e il maschietto si guardarono in faccia e “neppure noi” soggiunsero in coro. Le intenzioni erano encomiabili; ognuno avrebbe riservato la propria fetta di pane ai poveretti, che intanto erano assopiti, sdraiati sul pavimento tiepido, con gli occhi semiaperti e ancora immobili.  C’erano però altri problemi. Come avrebbero preso la cosa i genitori? Il rischio che, come succede ai poveri in canna, anche se buoni, potessero decidere di cacciare i piccoli animali, considerandoli dei concorrenti impossibili da sfamare, spaventò i bambini. Presto, bisognava nasconderli, solo così li avrebbero salvati. Il maschietto terzogenito aveva sei anni e parlava poco, sembrava timido, ma quando si esprimeva proferiva parole sagge; disse tutto d’un fiato:“ Presto, in soffitta, portiamo i cani in soffitta e nascondiamoli in mezzo alla paglia che li riparerà dal freddo. E mi raccomando, acqua in bocca con mamma e babbo!”. Ancor prima che i poveretti si fossero ripresi dalla stanchezza e dallo spavento, i bambini li avevano già sollevati di peso e, salendo per mezzo di una scala a pioli posizionata nella cucina, li portarono in soffitta, entrandovi da una botola e ridiscendendo in fretta.

I quattrozampe si ritrovarono accucciati su un gran sacco di iuta e coperti da un bel mucchio di paglia, soli ma almeno al riparo dal freddo. La figlia maggiore, che aveva solo nove anni ma già dotata di senso materno, accortamente aveva messo a loro disposizione una ciotola di terracotta colma d’acqua, per non farli disidratare. Ansiosi ed emozionati, si rimisero alla finestra ad aspettare la mamma e si rasserenarono, vedendola arrivare con in testa un gran paniere contenente il buon pane necessario per il fabbisogno della settimana.

La donna entrò, portando nella stanza una folata di freddo, ma anche la fragranza del pane sfornato da poco che, quella sera, sembrava ancora più profumato. I bimbi inghiottirono saliva, guardandosi l’un l’altro. Rassicuratasi poi circa lo stato di salute del figlio maschio, reduce da una brutta influenza, la madre cominciò subito a sciogliere un mucchio di neve in un grosso paiolo messo sul fuoco, aggiungendo legna per farlo riardere. Bisognava cucinare la cena e l’acqua, per quel giorno, era quasi finita; la poca rimasta sarebbe servita per la tavola e non c’era più tempo per andare alla sorgente che distava chilometri, a prenderne dell’altra. “Fra poco arriverà il babbo e devo essere pronta, siete affamati, vero?” Le parve strano non sentire il solito coro dei bimbi. Nessun “sì, mamma” fu proferito. “State bene, vero?”, chiese. “Sì, mamma” risposero in coro. “Sono incomprensibili, a volte, i figli”, pensò. 

Fuori ormai era buio e poco dopo, si vide in lontananza la luce della lampada ad acetilene che si avvicinava alla casa, segnale che il capofamiglia stava tornando dal lavoro. L’uomo entrò e abbracciò i bambini. Scrollò la neve d’addosso e sedette su una sedia presso il fuoco. Ormai era diventato un rito: i figli aspettavano il momento e anche quella sera fecero a gara per essere i primi, ognuno di loro, a slacciare e togliere gli scarponi al padre, oltre che le pezze umide che avevano protetto i piedi dal freddo durante il giorno. Misero tutto vicino al fuoco ad asciugare e, a turno, massaggiarono i suoi piedi stanchi. La stanza era illuminata solo dal lume ad acetilene, lo stesso che aveva accompagnato il minatore per tutta la giornata, oltre che dal fuoco che ardeva. Ecco il momento atteso: il papà, che intanto aveva tolto i pantaloni da lavoro, li avvicinò al fuoco, facendo scrollare dai risvolti degli stessi la polvere di zolfo che qui si era accumulata durante le ore trascorse nella miniera. Le minuscole briciole, cadendo su una lastra di ferro che serviva come piano d’appoggio per cucinare, si trasformavano in “monachelle” scintillanti, tante stelline, che incantavano e facevano sognare i bambini. Non si poteva immaginare nulla di più bello. Lo spettacolo si replicava ogni sera, e riscuoteva sempre lo stesso grande successo. Intanto la mamma, velocemente, aveva preparato la tavola.Ognuno occupò il proprio posto. Qui veniva la parte più difficile, perché lei li osservava bene tutti. Voleva essere sicura che mangiassero a sufficienza. “Non ho fame” disse il figlio convalescente, “mangerò più tardi”. La mamma mormorò rivolta al marito “ il ragazzo avrebbe bisogno di latte e, potendo, di un po’ di carne per rimettersi in sesto. Non appena la neve si scioglierà, andrò dal pastore che mi darà il latte e forse della carne di pecora. Lo pagheremo alla fine del mese”.

In realtà, voi sapete che la fame, il bimbo l’aveva e come. Fu contento che né la mamma e neppure il papà insistessero per farlo mangiare. Le sorelline, vedendo che le cose si stavano mettendo bene, presero coraggio: “Scusa mamma, anche noi mangeremo più tardi, tutti insieme”. Papà e mamma si guardarono negli occhi, senza capire. Era la prima volta che i bambini non divoravano il buon pane, ancora fragrante, sparso sulla tavola. Il padre credette di capire “ E’ per solidarietà, se non mangia uno, non mangiano neppure gli altri. Lasciamoli fare”. “Solo per oggi”, disse la mamma.”Da domani si ritorna a cenare insieme, come in tutte le famiglie”.  Qualcosa non la persuadeva. “Mangiate almeno i fagioli” aggiunse. “ Va bene, mamma, proprio per farti contenta…”. Tutti mangiarono le loro razioni di fagioli in un battibaleno; sapevano che i cani non li avrebbero graditi. Salutarono, dicendo di voler andare a letto subito, dove si sarebbero divertiti a raccontarsi delle favole. Così, intanto che i genitori discutevano le cose dei grandi, tutti e quattro s’infilarono sotto le coperte. Erano freddissime. Non avevano dato il tempo alla madre di introdurvi lo scaldaletto. Si abbracciarono per scaldarsi, confabulando, sempre a bassa voce, su come avrebbero rifocillato i cani. Il bimbo disse: “Speriamo che siano ancora vivi, salirò io, da solo, non appena papà e mamma saranno andati a dormire. Conosco bene la scala e so montare sui pioli anche al buio. Intanto, datemi il pane”. Le bimbe, con l’acquolina in bocca, consegnarono le loro fette. Il ragazzo indossava ancora i pantaloni e mise tutto nelle grandi tasche. Nessuno di loro dormiva quando, poco dopo, papà e mamma entrarono nella stanza.  Li osservarono e lei disse “Di certo hanno mangiato tutto il loro pane, guarda come dormono, povere creature!” Così infatti sembrava, tanto se ne stavano immobili, con gli occhi chiusi. I genitori erano stremati e, di lì a poco, si sentì il padre russare. Era tempo di agire. Le bimbe sentirono il maschietto scivolare fuori delle coperte. Entrò in cucina, salì le scale a pioli in gran silenzio. Solo un lieve cigolio della botola che veniva aperta le fece sussultare; il ragazzo aveva raggiunto i cani. Col riflesso della neve sul lucernaio, li vide scodinzolare. Quindi stavano bene. “Non fate rumore, non abbaiate, per carità!”. Tirò fuori di tasca il pane, lo ridusse in piccoli pezzi e glielo diede. Nella penombra, li guardò mangiare con avidità. Gli veniva l’acquolina in bocca, anche lui aveva fame, ma si sentiva felice, più ancora di quando ammirava le stelline dello zolfo che lo facevano sognare. Accarezzò le bestiole che esternarono la loro gratitudine leccandogli le mani, poi si sdraiò sulla paglia e loro gli si accoccolarono sul fianco. Avrebbe voluto fermarsi tutta la notte, ma non poteva rischiare di farsi scoprire. “ State buoni, dormite, tornerò domani” disse. Richiuse la botola dietro di sé, ridiscendendo le scale. Prima di tornare a letto, si fermò in cucina. Sapeva dove stava il sale, infilò la mano nel barattolo e ne mise un piccolo pugno in bocca, poi aprì piano la finestra, raccolse un po’ di neve dal davanzale e la mangiò. Ora stava proprio bene e, quatto quatto, raggiunse il lettone, dove le sorelle, ansiose, volevano sapere.

“E’ stato bellissimo” disse il bimbo sorridendo. “Domani troveremo il modo di salire in soffitta tutti”.Non sentivano più la fame e si addormentarono, con il volto sorridente.

Il giorno successivo e quello dopo ancora, con espedienti che studiavano al momento, i quattro fratelli riuscirono a vedere e alimentare i cagnolini che si accontentavano di poco. Temettero un paio di volte di essere scoperti, quando la madre disse: “ Strano, mi è sembrato di sentire abbaiare dei cani. Quando c’è la neve, diventano pericolosi per via della fame. Avete sentito anche voi?”. “ No, no mamma”, risposero in coro i bambini. Questa risposta, così affrettata le parve strana. “Mah” disse “ devo essere proprio un po’ stanca”.

Al quarto giorno dall’arrivo dei cani la neve, come per incanto, si sciolse e il clima ritornò quasi mite. I bambini si accorsero che i piccoli rifugiati in soffitta, cominciavano a dare segni d’insofferenza. Era un sabato pomeriggio e non si riusciva più a tenerli calmi. La madre era andata dal pastore per il latte, il padre non era ancora tornato dal lavoro e i bambini, anziché stare col naso schiacciato al vetro, erano saliti in soffitta a distrarre i cani e farli giocare. Poi, tutti quanti stanchi, si addormentarono sulla paglia.                                                                                  Quando la mamma rincasò, vide la botola della soffitta aperta e temette per i bambini. Di lì a poco rientrò anche il padre che, il sabato, veniva a casa prima dal lavoro. Entrambi salirono in soffitta col cuore in gola e lo spettacolo che si presentò loro davanti, non avrebbero mai potuto immaginarlo. Sei piccoli esseri che dormivano sulla paglia.  Erano stupiti ma non li svegliarono. Il padre fece cenno alla moglie di seguirlo in cucina. Non sapevano dare una spiegazione a questo fatto. “Aspettiamo che parlino loro”,disse.                                                                            Quando dopo poco si svegliarono, i bambini compresero di essere stati scoperti. “Ora, chi scende per primo?” disse la più piccola. Il maschietto, che si sentiva tutta la responsabilità dell’accaduto, si alzò dal giaciglio e senza parlare cominciò a scendere le scale. Le gambe gli tremavano. I genitori erano lì, seduti alla tavola, che lo osservavano. Ma successe una cosa inattesa, quasi incredibile. Quel padre, sempre serio e preoccupato, all’improvviso, proprio mentre il bimbo cercava le parole che gli si strozzavano in gola, abbozzò dapprima un sorriso e, subito dopo, cominciò a ridere forte, trascinando nel riso anche la moglie. Gli sghignazzamenti richiamarono le figlie, che scesero le scale e circondarono il fratello. Anche lui cominciò a sorridere, ma le parole, quelle proprio non gli venivano fuori. Quando capì che il suo fisico si stava rasserenando perchè le gambe non gli tremavano più, disse tutto d’un fiato: “Papà, mamma, possiamo dormire sulla paglia, questa notte? Non è freddo su in soffitta, non sono più malato, anzi stiamo tutti bene. State tranquilli, stiamo tutti benissimo!”. La madre aspettò che la risposta provenisse dal padre. “Prima ceniamo tutti insieme, finalmente. Poi si vedrà” rispose. “Certo babbo, giusto babbo, grazie mamma…” dissero insieme tutti i  bambini, lasciando scaricare l’ansia accumulata. Corsero fuori tutti e quattro a lavarsi le mani nel lavandino ricavato da una grossa pietra e con l’acqua della neve che si scioglieva. I genitori si guardarono sempre sorridendo. L’uomo disse: “ Beh, dopo tanto tempo, mi par giusto che si resti una notte da soli.”. La donna abbassò lo sguardo. “Non avere paura” proseguì l’uomo, ” la Provvidenza e anche il sussidio statale, ci daranno una mano. I figli sono la benedizione del Cielo”.

Quella sera, stranamente, fu accordato ai bambini di portarsi le coperte in soffitta. I genitori trascorsero la notte da soli, in quell’unica camera gelida, ma loro non sentirono il freddo. Sapevano che i bambini erano felici di sopra, nella soffitta, sulla paglia e in buona compagnia. Da lontano provenivano gli scoppi e i lampi dei bengala. Avevano imparato a conviverci, e non sentivano più la paura della guerra. A mo’ di scongiuro, o forse perché lo pensò veramente, la donna disse, rivolgendo lo sguardo alla finestra: “ guarda che bella luce, sta nascendo una nuova stella…”

 Il giorno dopo era domenica e tutta la famiglia doveva prepararsi per andare alla chiesa. Una volta tanto, i genitori furono gli ultimi ad alzarsi dal letto. Uscendo dalla camera, la madre sollevò lo sguardo verso la botola, ma dei rumori provenienti dall’esterno, attirarono la sua attenzione. Guardò fuori e vide che tutti i suoi figli erano già vestiti con l’ abito della festa e giocavano con i loro amichetti quattrozampe. Sorrise, ma allo stesso tempo fu presa dall ’angoscia. Cosa si poteva fare per quelle bestiole? Riuscire a mantenerle era un lusso impensabile. Si girò verso il marito, che si stava infilando la cintura ai pantaloni. Già, il problema dei cani non era ancora stato affrontato. Per una volta, avevano trascorso la notte senza pensieri. Vedendo i ragazzi così allegri rincorrere e giocare con le bestiole, anche a quell’omone che non aveva mai paura di nulla, si strinse il cuore. Non avrebbe trovato facilmente le parole da dire loro.

 Dopo pochi minuti, i quattro fratelli rientrarono, mogi ma sereni. “I cani, dove sono i cani?”, chiese la mamma. “ Sono partiti” rispose il figlio maschio ” non c’è più la neve che confonde ed attenua il loro olfatto. Anche loro hanno una casa e vi stanno facendo ritorno”. I bimbi non piansero. Sapevano di aver compiuto una buon’azione ed il pensiero che i loro amici quattrozampe stavano bene, li appagava. Il padre, come ogni domenica mattina, prima di recarsi alla funzione, li prese fra le braccia, uno ad uno e li fece saltare in alto. Questa volta, tutti i bambini ebbero la sensazione di volare più su, quasi a toccare il cielo. Assieme alle monachelle, era questa la cosa che a loro piaceva di più.

 Tanto brutto era l’inverno, quanto meravigliosa la primavera, in quelle colline grigie e desolate, che si rivestivano di verde, richiamando al pascolo i greggi dei pastori. Fu così che, in un’assolata e tiepida domenica d’aprile, i fratellini videro, uscendo da casa, i prati circostanti pieni di pecore e capre intente a brucare.                             D’un tratto, restarono di sasso. Senza che avessero il tempo di rendersene conto, si videro letteralmente assalire dai due cani che conducevano il gregge, scodinzolanti e festosi. Li riconobbero, erano i loro amichetti che non avevano mai dimenticato e, a quanto pareva, anche le due bestie si ricordavano di loro e del bene ricevuto in quella casa. Sopraggiunse il pastore: “ Che cosa succede, forse che vi conoscete già?” I bambini sapevano che le buone azioni non vanno divulgate, perciò non parlarono. Rispose la madre, “gli animali si rendono conto più dei cristiani se qualcuno vuole loro bene e perciò scodinzolano tanto”. “Vero”, aggiunse il pastore. Poi, rivolto ai cani: “Su, riportate in ordine il gregge, non vedete che si va disperdendo? Avanti, dunque, dovete guadagnarvela la pagnotta!”. Intanto che i cani eseguivano l’ordine, si girò verso la mamma: “ Buona donna” disse “ ricordate quella strana incredibile bufera di neve dell’ottobre scorso? Beh, aveva fatto perdere l’orientamento a Birillo e Patata. Cinque giorni sono rimasti fuori casa, non si sa dove. Ma se la sono cavata e, la domenica sera, me li sono visti ritornare, allegri come li avevo visti il giorno prima di perderli. Evidentemente hanno trovato l’aiuto della Provvidenza. Sapete, questi due, sono un bene prezioso e di questi tempi, non è facile ritrovare i cani che si smarriscono”. La donna sorrise, e anche il marito, che stava intanto compiendo il rito del salto d’ogni domenica mattina, era sorridente. Presto ci sarebbe stato un altro pargolo da far volare, ma lui aveva braccia forti.

Il pastore era rude, ma possedeva buon fiuto e aveva capito di quali mezzi si fosse servita la Provvidenza per salvare i suoi cani. Si rivolse ancora alla donna: “ passate uno di questi giorni alla cascina. E’ un’annata discreta, nonostante la guerra; ci sarà latte e formaggio per voi. Farà bene anche alla creatura …” aggiunse, con un sorriso, abbassando lo sguardo e facendo cenno al grembo ingrossato della donna. “Venite, venite tutti, domenica prossima, potrete giocare ancora con Patata e Birillo, hanno la domenica libera…” Rise forte e si allontanò. Lì ormai le sue pecore avevano brucato abbastanza. Sarebbe ritornato allo stesso pascolo, il mese successivo.

 Come ogni domenica, la famiglia s’avviò per recarsi in paese. I bambini correvano più forte del solito, distanziando i genitori che, invece, camminavano un po’ più piano in quei sentieri scoscesi.  La donna non poteva stancarsi troppo, ancora per qualche mese. Conversavano serenamente. “Strana storia, quella di questi cani. Ora sappiamo anche i loro nomi. Sono tornati a trovare i nostri bimbi. Sarà bene che non vengano più a dormire nella soffitta, altrimenti, non ci basteranno i letti per i figli…”

Risero forte. Come la volta in cui avevano scoperto il segreto dei bambini.

 La storia non finisce qui. Come tante storie, continua ancora. Ma ha termine quello che, di questa, volevo raccontare.                                                         La nostra famiglia, si era da qui trasferita subito dopo la nascita del quintogenito, per il qual evento il padre non incassò nessun sussidio statale: nel frattempo le leggi e anche il governo, erano cambiati, ma ringraziò lo stesso la Provvidenza. Dal mese d’agosto, abitarono in un altro paese, che tu Rocky ben conosci e che anche Heidi, fra non molto, conoscerà. Delusi? Beh allora aggiungerò  un particolare. Volete vedere la casa dove vivevano i quattro fratelli? Sì? Vi prometto che, quando andremo nella nostra residenza di campagna, vi ci  accompagnerò. Avrete così un’altra sorpresa. Nella parete esterna che costeggia la strada, troverete appiccicata al muro, una piccola targa in sasso. C’è scolpita solo una lettera,iniziale del nome, “ R” . La mise un vecchio, passando un giorno da quelle parti; qualcuno del posto vide quest’individuo, che sostò pochi momenti, si guardò in giro e disse che voleva, con questo gesto, ricordare la sua nascita e non dimenticare le  origini. Anche se, in quella casa, lui vi era vissuto solo per quindici giorni. Come si chiamava il luogo? Ve lo dico: aveva preso il nome da un antico mestiere, quello degli scaranari, fabbricanti e impagliatori di sedie (nel locale dialetto, le “scarane” sono le sedie), che veniva svolto da una famiglia vissuta là nella prima metà del secolo scorso. Ancora oggi è denominata “località Scaranaro o Scaranano”.                                                                                      Voglio davvero chiudere, ora, regalandovi una chicca. Non se ne ha certezza, ma si diceva, fino a poco tempo fa, per una ricerca fatta da studiosi “curiosi”, che Birillo e Patata avessero generato Gastone che, una volta sposato con Nana, si sarebbe trasferito poi là, nel forlivese, da dove tu Rocky provieni. Ripeto, senza certezze, ma potrebbero essere stati loro i tuoi bisavoli!

 Rocky, a questa conclusione, era rimasto esterrefatto, a bocca aperta e senza parole. Poi, ripresosi dallo stupore, disse: “ Si, lo sento, sono sicuro: i miei bis-bis nonni erano cani pastori di greggi. Mi piace tanto il formaggio pecorino, marcato Pitirillo, il pastore più famoso di tutte le colline!”

 Heidi rideva sempre per le battute di suo fratello, e anche questa volta, pur con gli occhi lucidi, forse per il pensiero del pecorino, non mancò di sorridere. La luce di un grande lampadario  irrorava la stanza. Quando la spensero per andare a letto, i componenti della piccola famiglia continuarono, anche con gli occhi chiusi, a vedere una luce fioca: quella proveniente dai timidi tizzoni  di un vecchio camino e da una lampada ad acetilene.

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 “Cari piccini, vi racconterò un’altra storiella, fresca, fresca. Poiché è risultata molto lunga, (l’autore a volte è prolisso…), ne riporterò solo un condensato: quindici pagine sarebbero decisamente troppe in questo contesto. In ogni caso, se proprio desiderate l’edizione integrale, chiedetela, basta inviare una mail a : rocky.heidi@alice.it

(tutto gratis, naturalmente!)                     

 TRE ORFANELLI

(anche ascoltabile nella sezione audiolibri)

 C’era una volta un orso bruno. Ormai vecchio, era rimasto solo anche se ogni tanto aveva modo di incontrare alcuni parenti in giro per la prateria in cerca di cibo, ma poi cari saluti e ognuno per la sua strada. Vite separate. Doveva fare i conti con le sue sole forze, ma non doveva neppure spartire con altri quello che lui era in grado di approvvigionare. Trascorreva il suo tempo a spasso e per il resto stava spaparanzato al sole sull’erbetta morbida, pensando ai tempi trascorsi e meditando sui giorni a venire. Non desiderava nulla di più di quello che possedeva: una tana confortevole e sicura, e passeggiare nei freschi prati dove trovava cibo in gran quantità essendo lui prettamente vegetariano; si concedeva la carne un paio di volte l’anno, quando proprio gli capitava di incontrare qualche animale morto, ma non ne sentiva l’esigenza e non andava mai a cacciare. Tutto sommato,  fare il vecchio non gli dispiaceva.

Ma il destino aveva in serbo ben altre sorprese ed esperienze per Yoghi, detto Brunone. Yoghi è un nome talmente diffuso, per gli orsi (che so, come dire Giuseppe e Giovanni messi assieme, per la specie umana), che quelli che portano tale nome hanno anche un soprannome, nel nostro caso, appunto, Brunone. Il suo volume era rispettabile e nella media dell’anno il peso si aggirava sui 300 chilogrammi, superandoli verso fine autunno dopo aver fatto “il pieno” prima di entrare nel letargo invernale.

Fu nella primavera del suo dodicesimo anno di vita che ebbe l’avventura di incontrare una giovane orsa molto sbarazzina, che lo avvicinò con una scusa qualunque e cominciò a fargli un sacco di domande. Brunone notò subiti che quella non era pane per i suoi denti, e avrebbe voluto tagliare corto, salutare e proseguire la sua passeggiata solitaria. Ma impossibile, lei aveva una parlantina! Gli si attaccò alle costole (si fa per dire… lui era un bellissimo esemplare d’orso tutto grasso!) e sarebbe riuscito a liberarsene solo con le maniere forti, che però non erano nel suo stile; nonostante la mole e la forza non avrebbe saputo far male ad una mosca. Gira e rigira, si fece sera e lei continuava a seguirlo ubriacandolo con raffiche di discorsi, molti dei quali senza senso. Quello che il poveretto capiva era che non se la sarebbe scrollata di dosso; tanto valeva tornare alla sua tana e vedere cosa sarebbe successo. Così fece, lei lo seguì e una volta dentro, andò ad accomodarsi  non in un angolo, ma proprio nel giaciglio di Brunone!  A lui sembrava incredibile; riuscì finalmente a chiederle: “ Insomma, cosa vuoi, non hai una tua tana in cui rifugiarti? Perché resti qua, oltretutto nel mio pagliericcio?”. L’orsetta allora tacque. Ma per poco, meditava cosa rispondere e per prendere tempo cominciò a piangere, come fanno bene alcune femmine, quando non hanno argomenti pronti. Poi cominciò: “Avevo sentito parlare bene di te – un orso di gran cuore – si dice nella prateria. Invece tenti di scacciare una piccolina indifesa e orfana. Cosa ne sarà di me? Chi mai mi aiuterà?” Incominciò a singhiozzare. Brunone non resistette. “Smetti di piangere e dormi qua  per stanotte. Oltre che non piangere, non parlare più, ho mal di testa.Buonanotte”. Lei smise di piagnucolare, le lacrime le si seccarono e si addormentò all’istante. Brunone, nonostante il problema che gli stava procurando, non se la sentì di spostare quel sacchetto di lardo. La piccola non pesava ancora neppure 100 chili e guardandola dormire, s’intenerì. Forse tutte le parole pronunciate durante la giornata, avevano raggiunto l’effetto che lei si auspicava. Il vecchio orso si accovacciò alla meno peggio da un’altra parte della tana ragionando  su come sbarazzarsi da quell’incomodo, ma non giunse ad una conclusione. Certamente ci sarebbe riuscito dopo una bella dormita.                                                                                            Al risveglio, si rammentò subito di quanto gli era accaduto ma sperò che fosse stato un sogno. Esplorò senza muoversi, la tana, e, trovandola vuota, tirò un sospiro di sollievo, ma ebbe ancora qualche dubbio quando realizzò di non aver trascorso la notte nel suo solito confortevole giaciglio. Perché mai aveva deciso di dormire in quell’angolo così scomodo? Non volle pensare più a niente ed uscì per la solita colazione. Non aveva fatto che pochi passi in avanti quando fu costretto a rifarli all’indietro per la sorpresa: di fronte, quasi all’ingresso della tana, indovinate chi c’era? Sì, proprio lei, la piccola Cicciona (così gli aveva detto di chiamarsi) e non sola. La meraviglia fu di scoprire i compagni che le stavano seduti a fianco: due bellissimi cagnolini, per nulla spaventati alla vista di Brunone, anzi, gli andarono incontro con mille moine e festeggiamenti. Era un modo amichevole e simpatico di presentarsi al quale non si poteva resistere. Con mille lecchini, facevano il solletico a Brunone, il quale cominciò dapprima a schermirsi, poi a ridere ed infine anche a ballare. Tanta era la sua mole, quanto la sua agilità nel girare e saltare attorno a quei due esseri che giocavano con lui e con Cicciona che pure ballava con una grazia mai vista. Uno spettacolo bellissimo. Dopo un po’, erano tutti esausti e si stesero sul prato a grattarsi la schiena e la pancia, continuando a ridere.          Quando Brunone si riprese, chiese all’orsetta: “Ma che significa tutto ciò? Pensavo di aver sognato, e ti ritrovo qui, oltretutto in compagnia di questi minuscoli e ridicoli esserini? Dove siete diretti?” “Non siamo più diretti da nessuna parte, tu sei la nostra meta; forse che avrai il coraggio di abbandonare questi orfanelli? Ascolta Brunone, io li ho aiutati per quello che ho potuto, ma non ce la faccio da sola, sono piccola anch’io. Abbiamo bisogno di te. Vedi come sono felici qui? E come sei entrato subito nelle loro simpatie? Tu puoi fare loro da padre, insegnare come comportarsi e come difendersi dai pericoli. Sei stimato, saggio e tenuto in grande considerazione, perciò tutti impareranno a rispettare ed a voler bene anche a noi piccoli. Pensaci, ti diamo tutto il tempo che vuoi per decidere”. Cicciona s’interruppe e, come si sa, era sul punto di piangere. “ Per carità” disse Brunone “ non ripetiamo la storia di ieri; ma non ti sembra assurdo che io, alla mia età, debba ricominciare a prendermi delle responsabilità di tal genere, quando sto così bene da solo?” Cicciona lo guardò fissandolo negli occhi, senza parlare. Ma il suo sguardo, valse per Brunone più di mille parole. Tacque e rimase serio. Poi: “Cicciona, dì qualcosa, mi sembra così strano non sentire il brusio della tua voce…” Brunone l’aveva buttata nello scherzo. Allora l’orsetta parlò: “ Da quanto tempo non ti divertivi tanto quanto stamattina? Non ti fanno sentire più giovane questi due innocenti? A proposito, hanno anche un nome: il morettino, meticcio intelligentissimo, con le orecchie sempre attente, cui non sfugge nulla, si chiama Cacao, mentre la bianca e bionda, vispa e delicata, allegra e giocherellona, si chiama Neve. Non sei contento di trascorrere il resto della tua vita in nostra compagnia? Perché vuoi fare il vecchio solitario, quando puoi ancora ballare e divertirti assieme a vivaci giovani pieni di vita? Noi ti vogliamo già bene, come ad un vero papà”. Brunone si commosse, il suo gran cuore palpitò come non mai, con sussulti che lui tentava di allontanare e combattere. Come si permetteva la piccola Cicciona di voler stravolgere, in un giorno, e solo dopo due incontri, la sua filosofia acquisita in tanti anni d’esperienza? Che significava questa intrusione improvvisa?

“Ora lasciatemi solo!” disse. Aveva pronunciato queste parole in maniera lapidaria tale, che neppure Cicciona osò ribattere: si alzò,tenendo per la zampina i due cuccioli e si allontanò silenziosa, a passo lento, fino a scomparire dalla vista di Brunone, che poteva quindi considerarsi ancora un orso libero. Ma, perché mai non appena i piccoli scomparvero all’orizzonte, lui si sentì smarrito, come se gli mancasse una parte importante di sé? Sì, doveva riflettere, questo gli diceva la mente, ma il cuore stava dando dei segnali, a dir poco, inquietanti. Fosse stato sera, avrebbe ripetuto “ci penserò domani”, ma era solo mattino presto e la rugiada non s’era ancora asciugata. Doveva quindi reagire e per farlo, gli venne istintivo cominciare a correre e, senza rendersene conto, andare nella direzione che avevano preso i tre orfanelli. La sua resistenza aveva dei limiti, ma riusciva ancora a raggiungere una velocità di quasi cinquanta chilometri l’ora, naturalmente solo per pochi minuti. Questo gli bastò per scorgere lontanissimo i piccoli, che proseguivano la loro marcia. Brunone, ansimante, non ce la faceva più e fu costretto a sdraiarsi, per riposare. Quando riprese il cammino, gli orfani erano nuovamente scomparsi. Il suo cuore allora gli diede la conferma: doveva ritrovarli. Proseguì la strada, ma ad un certo punto il suo olfatto non gli diede più segnali. Si spaventò, non era mai andato in quella direzione e non conosceva la zona. Chiese a qualche scoiattolo e persino ad un suo simile, ma nessuno sembrava aver incontrato gli orfani. La spiegazione arrivò presto: vide in lontananza un largo fiume e fu certo che lo avessero attraversato, facendo così perdere le loro tracce. Si avvicinò alla riva, ma capì subito di non essere più in possesso di forze sufficienti per attraversare quell’imponente corso d’acqua. Gli venne il dubbio che i tre piccoli potessero essere stati trascinati dalla corrente e si sentì angosciato. Sedette sulla riva ad aspettare, ma nessuno appariva. Molto più tardi, sconsolato, si girò e riprese il cammino verso casa. Era ormai pomeriggio inoltrato, non aveva mangiato nulla, ma non aveva neppure fame. Dopo diverse ore di viaggio, raggiunse la sua abitazione dove, entrando, per un attimo sperò che fossero ritornati, ma la tana era vuota, come il suo stomaco ed il suo cuore. Si sdraiò nel suo giaciglio, poi ci ripensò ed andò ad accomodarsi  nello stesso angolo  dove aveva trascorso la notte precedente. Chissà perché, si era lamentato tanto la sera prima di non poter riposare comodamente a causa dell'intrusa Cicciona e ora sceglieva di rimettersi in quel ristretto cantuccio.

Chi può leggere fino in fondo al cuore di un vecchio orso?

Quante sono le verità e cosa è giusto? Scegliere di restare soli? Oppure non c’è libertà senza impegno e dedizione a qualcosa o qualcuno, anche se solo degli ideali? Tutti questi interrogativi, dipendono dai nostri “punti d’olfatto”.

Filosofeggiare non era il forte del nostro orso, come vedete, e neppure gli piaceva anzi gli procurava mal di capo.  Si sentiva confuso e triste, ciò non di meno, terminate tutte le sue  elucubrazioni, si addormentò. Era stanco, dopo il lungo peregrinare di un’intera giornata. Dormì come un ghiro…

 Il mattino seguente, al risveglio, si sentì molto indolenzito. Aveva riposato male e riuscì ad alzarsi a stento. Aprì gli occhi quando era già in piedi, e per poco non cadde, indietreggiando di un passo. Cosa lo aveva turbato tanto?  Si, avete capito, rannicchiati tutti e tre nel suo comodo giaciglio, dormivano come angioletti abbracciati insieme, la piccola Cicciona, Neve e Cacao. Il cuore di Brunone cominciò a sussultare; di colpo era sparito anche il dolore alla schiena. Piano, piano uscì dalla tana e da solo, come uno scemo, si mise a ballare sull’erba, un valzer da far girare la testa, e difatti, cadde esausto ma felice. Si rialzò poco dopo e corse nella prateria, così come avrebbe fatto un giovanotto, euforico e pieno d’energie, ma aveva una gran fretta, un impegno urgente,  approvvigionare il cibo per la sua “ famiglia”.                                   

***Morale della favola è un punto interrogativo: meglio una famiglia sballata o niente? Brunone non è un ingenuo come può sembrare. Sa che la convivenza, soprattutto  con esseri di  generazioni e specie  diverse, comunitarie ed extra, gli darà del filo da torcere, ma l’innata disponibilità e l’amore che Cicciona possiede nei confronti di tutte le razze, lo ha affascinato e gli fa perdonare tutte le sciocchezze che giornalmente lei combina. Neppure ignora che Neve e Cacao rappresentano un problema e che disturberanno anche i suoi …letarghi.

 Ma sceglie di ascoltare la voce del cuore, quella che, anche se sbaglia, sbaglia di meno.

***

I piccoli erano rimasti silenziosi e immobili nella loro cuccia, quella grande.

“Allora, la storiella è finita, non dite niente, non vi è piaciuta?” dissi. Loro si guardarono l’un l’altro, poi Heidi parlò, e credo anche per conto di Rocky: “Non tanto”, rispose      “non viene chiarito il destino di Neve e Cacao. Brunone si preoccupa giustamente della sua tranquillità , ma quale potrà essere il destino  degli orfanelli, con un tutore-padre già tanto vecchio?”

Non risposi, colpito da queste considerazioni. Heidi, attese un momento, poi replicò: “Allora, Senex, non dici niente?” Era evidente che desiderava una rassicurazione che riguardasse i suoi beniamini e… non loro soli! Io non riuscivo più a concentrarmi per inventare altro. Risposi: “ Avete ragione, neppure a me è piaciuta troppo questa storia. Ma il futuro, Heidi cara, solo il buon Dio lo sa, sia quello di Neve e Cacao, sia il nostro! Speriamo bene e, anche voi, crescete in fretta così diventerete forti e autonomi; e insieme ringraziamo il Cielo per quello che fino ad oggi ci ha donato”.

Tanto bastò. Poco dopo, dormivamo tutti.

 

orso bruno (diventato bianco) Brunone
L'orso Brunone in due rare e furtive immagini (non ama essere fotografato) scattate mentre medita di adottare i tre orfanelli.

Stralcio da "Centodieci e lode!", romanzo a colori

Da "Centodieci e Lode" un breve stralcio per presentare Francy, cuginetta di Rocky e Heidi.

… Il vecchio padre andò a coricarsi. Ora erano presenti proprio tutti a onorare i neo laureati che, ormai adulti, sarebbero stati in grado di affrontare la vita anche da soli. Lui aveva fatto la sua parte, si sentiva stanco e, per quella sera, nessuno avrebbe neppure notato la sua assenza. Dal letto udì Francy che sulla terrazza delle feste intonava l’aria di Lauretta, dal Gianni Schicchi di Puccini “O mio babbino caro”. Fu certo che fossero stati Heidi e Rocky ad averla richiesta, per dedicargliela. Stava per chiudere gli occhi quando … una sorpresa … alla porta socchiusa apparve …

 Ascoltate la bravissima Francy, Vi sorprenderà!

 

Francy canta "O mio babbino caro" dal Gianni Schicchi di Puccini

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jessica merli | Risposta 23.09.2012 21.20

Francesca Lughi: un vero talento!
Brava! Brava! Brava! Onorata di averti avuta tra i miei allievi!
j.

Jessica Merli | Risposta 23.09.2012 21.17

Ah! "Lume ad acetilene": la mia preferita!
La scorsa estate ho visitato le miniere dell'Elba e ho visto parecchi lumi ad acetilene nel museo.. e vi ho pesato!j.

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Commenti più recenti

12.02 | 18:20

Ciao Renzo sono andato sfogliare il tuo sito mi piace molto un saluto da parte mia e dei miei Genitori da Teneriffe

...
19.11 | 15:59

Bello!!!Heidi (le femmine per primo) Rocky .....siete UNICI !!! Avete cura del grande RENZO!!!! Un abrazo a los tres (3) mabel julio

...
06.11 | 22:21

Chi sarà il ... coraggioso che vorrà suggerirmi un'idea per come proseguire... O è tardi ormai?

...
06.10 | 15:15

GRAZIE per aver rotto il ghiaccio! Sei il primo a partecipare al concorso, complimenti! Rocky-Heidi

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